| Il mio ricordo va ad un racconto di Italo Calvino del 1970, "L'avventura di un fotografo", un'acuta riflessione sul tema della rappresentazione fotografica e sulla impossibilità che essa possa cogliere lo spazio ed il tempo della realtà e divenire il luogo dell'ultima verità: ogni fotogramma, infatti, è custode di una sua verità, ciascuna inadeguata ad esprimere la totalità.
Perché attraverso lo stesso processo di decontestualizzazione alla base di uno dei filoni più innovativi della cultura visiva del '900 (dada-newdada-popart), anche la fotografia astrae da un contesto una parte che in virtù della sua sola parzialità cambia identità e significato, ma mentre per Duchamp l'operazione ha come esito, grazie al gesto demiurgico dell'artista, la trasformazione della realtà in altro (nella fattispecie in arte), nella fotografia invece, attraverso lo sguardo tecnologico dell'obiettivo, è l'altro a divenire realtà, complice l'aprioristica convinzione espressa da Smith. In entrambi i casi si tratta di una bugia, l'orinatoio non diventa una fontana solo perché esposto in una galleria, così come "l'immagine del mondo è il mondo in immagine", non ha nulla a che fare con il mondo reale, perché una fotografia può essere molto rassomigliante al reale, ma resta solo una fotografia, non è l'oggetto che rappresenta, ma è essa stessa l'oggetto.
"….occorre comunque tener presente che la possibilità che una fotografia sia un documento effettivamente attestante un fatto concreto può essere al massimo un'eventualità e non, viceversa, sempre una certezza. La fotografia era e sarà, in ogni caso, un segmento di un più ampio e complesso insieme del quale, eventualmente, l'immagine può talvolta rappresentare solo una circostanza particolare, per quanto rilevante, e mai la complessità della realtà effettiva. …" ('La perenne ambiguità della fotografia , "Verità" fotografiche', Mediazone 2006)
La fotografia, insomma, è bugiarda o, quantomeno, reticente: possiamo scattarla, possederla, guardarla, possiamo credere che ci restituisca un frammento di vita, ed essa ci trascinerà in un labirinto senza fine dove la meta ultima è continuamente rimandata. Le immagini illudono e mentono, tutte, ma fra i vari 'generi' fotografici il più mendace è il ritratto. Inquinato e condizionato non solo dal fotografo che scatta la foto, primo manipolatore del risultato, ma anche dall'intervento, consapevole o meno, del soggetto ritratto, che si pone inevitabilmente l'intenzione di apparire in un certo modo, per quello che è, o che crede di essere, o che vorrebbe essere, o che vorrebbe far credere di essere, il ritratto è lo specchio magico delle brame, fa vedere quello che non c'è, nasconde quello che c'è, è bello o è brutto a seconda degli occhi di chi guarda. Oggi la bugia della fotografia è perfezionata ed amplificata dalla possibilità di utilizzare sofisticate tecnologie digitali e programmi di ritocco ed elaborazione grafica alla portata di molti, il che rappresenta, specie per il ritratto, una tentazione alla quale è difficile sottrarsi. Si perfeziona così la Bugia che, "ci fa credere che tutti i famosi rimangono belli e giovani mentre gli altri invecchiano e si ammalano".
Fin dalle sue origini, la storia del ritratto è infatti piena di bugie, di finzioni diplomatiche, di false identità, sguardi fieri, posture eleganti, petti in fuori e pance in dentro…… cercando di dare il meglio di sé, perché il ritratto è fatto per essere esibito, nessuno si farebbe ritrarre per mettere poi l'opera in soffitta, a meno che non si chiamasse Dorian Gray, perché il ritratto è un'autoaffermazione che non avrebbe significato se nessuno la vedesse, è un'assicurazione contro l'oblio, la rassicurante certezza che qualcosa resterà. Il che rappresenta ciò che distingue il ritratto di una persona dalla fotografia di un paesaggio o di un oggetto inanimato, anche se tuttavia non significa che la fotografia di un paesaggio o di un oggetto inanimato sia meno bugiarda, significa semplicemente che i soggetti non sono complici del misfatto. |